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Surprise
Edward pov
Sono in ufficio, sommerso dalle telefonate.
Clienti che vogliono certezze prima delle feste di Natale,
legali che mi riempiono la testa di nozioni, cavilli e beghe infinite.
Sono stanco. Molto stanco.
Non dormo bene la notte.
Non dormo bene da quattro mesi più o meno.
Sono già passati quattro mesi da quando sono rientrato dagli
Stati Uniti, da quando mi sono separato da Isabella e Caroline, da quando le ho
strette a me per l’ultima volta. Dio..mi sembra passata un’infinità di tempo e
invece…sono solo quattro mesi.
Sembra poco a una persona normale, già.
Per me, invece, è tantissimo tempo.
Mi manca abbracciare Isabella, baciarla, sentire il suo
profumo.
Mi manca tenere in braccio Caroline, farle fare
l’areoplanino, portarla sulle spalle.
A poco servono le nostre telefonate, perché il distacco è
sempre più forte ogni volta.
Ci sentivamo due volte al giorno, per i primi due mesi..poi
sono andate diminuendo. Ora..ci sentiamo un giorno si e l’altro no, una sola
volta. Non so come siamo finiti così, ma mi mancano da impazzire.
Riempio la casella mail di Isabella di foto, di pensieri, di
saluti…più volte al giorno, quando ho un attimo di tempo.
Lei risponde, sempre, ogni volta.
So che si è comprata un telefono nuovo, per poter guardare
le mail che le mando, per poter parlare con Skype nei momenti più disparati
della giornata, anche quando non sono a casa..Ma mi manca, lo stesso,
tantissimo.
Ieri sera per esempio, è stato un giorno nel quale non ci
siamo sentiti. Il secondo, consecutivamente. Stasera le cercherò con
insistenza, ho bisogno di chiamarle, di sentire la loro voce, di guardare le
loro immagini alla web sfocate e rallentate...perché non ce la faccio più.
In questi mesi ho cercato di fare il possibile per chiudere
lo studio. Purtroppo ho dovuto chiamare l’avvocato e far mandare una lettera ad
ogni cliente nel mio archivio spiegando che mi sarei trasferito negli Stati
Uniti, prossimamente e che per ogni informazione, domanda, o problema avrebbero
avuto l’indirizzo e-mail del nuovo studio. Avevo fatto in modo che tutti
fossero avvisati, intanto avevo consigliato alla mia segretaria di cercarsi un
altro impiego, per non doverla lasciare a casa da un giorno all’altro.
Purtroppo però non era stato facile chiudere tutto e trasferirmi. Dovevo
terminare alcuni progetti e solo dopo potevo davvero chiudere definitivamente
il mio studio. Di certo sarei dovuto tornare, finchè i miei progetti qui non
erano del tutto conclusi, ma sarebbe stato diverso prendersi solo qualche
giorno..e a quel punto avrei portato con me anche Isabella e Caroline. Non
avevo intenzione di separarmene più.
Mi faceva un certo effetto pensarci, è vero. Dopo tutto
quello che avevo fatto, dopo tutti i sacrifici che ho dovuto fare, i turni
doppi, lo studio intenso anche di notte, i dieci anni lontani dalla mia
famiglia..tutto questo per dover lasciare, ora. La cosa sembrava addirittura
assurda. Eppure..mi bastava guardare lo sfondo del mio telefono nel quale
troneggiavano Isabella e Caroline sedute sul divano a giocare con le bambole,
per poter trovare la forza di affrontare tutto.
Mi sentivo strano, ma felice. Da un giorno all’altro mi sono
ritrovato padre.
Padre.
Che bella parola.
Io che ho avuto un uomo cattivo e dispotico a svolgere quel
ruolo, io che ho invidiato mio cugino Emmett per tutti i miei anni
adolescenziali. Io, che ho lasciato la mia famiglia per riappropriarmi di me
stesso.
Quando sono tornato a casa, da Alice per il matrimonio, mi
aspettavo di rivedere Bella, infondo era la sua migliore amica..ed ero già
pronto a soffrire per giorni alla sua vicinanza. E invece…era successo tutto
così velocemente che ancora faticavo a capacitarmene.
Sorrisi da solo, di fronte a quello schermo che mi rimandava
l’immagine dei miei tesori più grandi.
Ogni sera, mi ripromettevo che sarei stato un padre migliore
del mio, che la mia famiglia mi sarebbe stata accanto sempre, che i miei figli
non sentiranno il desiderio di scappare da me. Speravo di essere bravo
abbastanza.
Speravo di rendere orgogliosa di me Caroline, anche se non
ero davvero il suo papà.
Papà.
Che bella parola.
Mi sentivo sopra le nuvole ogni volta che la pronunciava,
con la sua vocina tenera e allegra, con i suoi occhioni felici. Lei che non
poteva sapere che gioia immensa mi procurava ogni volta. Lei che aveva deciso
per me e sua madre, e che aveva avuto il potere di sciogliermi e farmi maturare
in un colpo solo. Quella piccola creatura che ora desideravo ardentemente di
stringere tra le mie braccia, perché in poco tempo era diventata la cosa più
importante per me.
Lei mi voleva come papà.
Lei mi aveva scelto.
Ed io volevo lei.
Non c’era bisogno di scegliere.
Un suo sorriso, un suo bacio, un suo abbraccio…erano
diventate le cose fondamentali delle mie giornate. E non vedevo l’ora di salire
sull’aereo per tornare a casa, per vivermi davvero la mia famiglia.
~~~~
Ero stanco, dopo quella giornata in ufficio. La mia
segretaria mi aveva consigliato di andare a casa prima, di riposarmi, di cenare
abbondantemente e mettermi a letto. Le avevo semplicemente sorriso e spiegato
che avevo davvero voglia di farlo..ma il desiderio di tornare a Seattle dalle
mie due donne era molto più forte e dovevo terminare tutto quanto.
Ero ancora in ufficio ed erano le sei di sera ormai. La mia
segretaria era andata via da un’ora. Ero rimasto solo e con il cellulare lì di
fronte facevo fatica a concentrarmi. Così..decisi di provare a chiamare
Isabella. Da lei erano le dieci del mattino, forse non avrei visto Caroline, ma
almeno lei…lei l’avrei sentita. E mi mancava…troppo.
Peccato che il telefono fosse spento. Lei non rispondeva.
Sbuffando avevo spento il computer, la luce e avevo chiuso
l’ufficio, tornandomene a casa frustrato ed arrabbiato. Già la distanza era
tanta, se poi ci si metteva pure lei a non degnarmi di attenzione…come facevo
ad andare avanti?!
Entrai in macchina dopo qualche minuto di cammino, purtroppo
quella mattina non avevo trovato parcheggio nelle vicinanze, nonostante fossi
arrivato presto. Qualcuno aveva ben pensato di occupare il solito posto che
utilizzavo io per la mia auto. Mi libero della cravatta in auto e appoggio la
testa allo schienale. Vorrei teletrasportarmi da Isabella dannazione.
Sbuffo di più quando sento il telefono squillare, so che non
è lei…perché non è la suoneria di Skype. Rispondo senza neppure guardare chi è.
-Masen! – sento una risatina dall’altra parte e sposto il
telefono per guardare il display. Isabella?! –Isabella…?! Spegni stai per
spendere un fottio di soldi! – riattacco, conoscendo bene la sua poca
confidenza con i telefoni cellulari moderni. Più volte aveva inviato qualche
chiamata che io avevo prontamente rifiutato per non farle spendere un’infinità.
Scuoto la testa sorridendo. Non ne combina mai una giusta. Ma il telefono
riprende a squillare, ininterrottamente e il display mi mostra la sua foto.
Rispondo, forse è urgente. –Amore…dimmi!
-Scemo! Idiota! Che cavolo riattacchi eh?! – è un po’
arrabbiata.
-E’ successo qualcosa amore? Scusami..pensavo avessi
sbagliato come al solito… - non capisco comunque il motivo per cui non mi
chiama con Skype che almeno non spendiamo.
-Non ho sbagliato..Ormai sono mesi che ho questo telefono,
non sono impedita! – sento la vocina di Caroline che da ridacchia e ripete
“ipedita” più volte.
-La principessa è con te? Posso salutarla?! – mi
mancava…troppo.
-Te la passo.. – poco mi interessavano i nostri crediti
telefonici ora, avrei pensato a ricaricare entrambi stasera, tramite internet.
-Papà! – è felice. La mia piccola è felice. Avevo così paura
che soffrisse troppo, e speravo che non si mettesse mai a piangere quando
parlavamo, perché non sarei resistito un giorno di più a Firenze.
-Principessa! Ciao! – Dio quanto mi manca. Ed è sempre
un’emozione unica sentirla chiamarmi così.
-Come tai papà? – sorrido.
-Io sto bene…tu come stai? – non posso dirle che sono
triste, frustrato e sull’orlo delle lacrime perché lei e la sua mamma mi
mancano.
-Mi macchi papà… - scandice bene le parole, ed il mio cuore
si ferma. Mi manchi anche tu piccola…mi manchi anche tu, infinitamente.
-Principessa…
-Io ti macco papà? – Isabella ridacchia. Aspettate.
Ridacchia? Solitamente piagnucola in questi momenti. Che le prende?
-Si piccola…mi manchi tanto! – sto per chiederle di passarmi
la sua mamma quando sento qualcosa che mi lascia sbigottito.
-Allora ci vieni a prendere in aeroporto? – la voce chiara
di Isabella mi fa gelare.
-In..a..areoporto? – ora ridono entrambe.
-Si..ti aspettiamo..fai in fretta! Ciao Edward! –
riattaccano.
Sono qui.
Sono a Firenze.
Sono qui.
Sono in aeroporto.
Ed io devo muovermi.
Infilo le chiavi nella toppa e metto in moto. Il piede trema
e la mano non è stabile, poco mi frega se non ho messo la cintura, poco mi
frega se il prossimo mese avrò due o tre multe da pagare per eccesso di
velocità. Sono qui..sono qui.
Ci metto più di mezzora con il traffico ad arrivare
all’aeroporto e mi maledico per essere stato imbambolato e non essere andato a
casa subito quando me lo aveva consigliato la segretaria, sarei stato più
vicino, dannazione! Maledico il traffico ed i lavoratori che probabilmente
stanno tornando a casa dalle loro famiglie dopo una giornata di lavoro.
Li maledico, perché la mia famiglia è in aeroporto che mi
attende. Dopo quattro mesi.
Trovo un parcheggio lontanissimo, ma gratuito. Ora non ho
tempo di fare il ticket per un parcheggio più vicino, con tutta la fila che c’è.
Chiudo l’auto, almeno credo, e corro verso l’entrata. E’ lontana si, ma non me
ne importa. Riprenderò fiato quando le vedrò.
Entro in aeroporto e mi guardo in giro. Dove diavolo sono?!
Non che sia uno spazio così piccolo da scandagliare con lo sguardo e neppure
così vuoto. Dio ma dove vanno tutte queste persone? Va bene che tra poco è
Natale ma non potevano starsene a casa stasera? O eclissarsi per un pochino?!
E le cerco ancora, tra la folla. Ma non le trovo.
Finchè la sento chiaramente, la voce della mia principessa
che urla.
-PAPA’A’A’A’! – Mi volto. Isabella è in piedi, con i bagagli
tutt’attorno e Caroline corre verso di me. Faccio qualche passo e poi mi
inginocchio, racchiudendola nelle mie braccia, quando si getta su di me.
-Caroline! – sussurro incredulo. –Mi sei mancata piccola! Mi
sei mancata tantissimo principessa! – le lacrime scendono dal mio viso e non
posso fare a meno di arrestarle. Vorrei perché molta gente potrebbe
riconoscermi, eppure me ne frego. Dio sono qui! E’ il miglior regalo di Natale
che potevo sperare.
-Acche tu mi tei maccato papà! – sorrido e la stringo più
forte alzandomi in piedi per raggiungere Isabella.
-Andiamo dalla mamma… - faccio pochi passi e la raggiungo,
finalmente. La guardo negli occhi, dolcemente..sono pieni di lacrime anche i
suoi. Mi circonda la vita con le braccia, mentre io con una mano tengo Caroline
e l’altra la poggio sulle spalle del mio amore. –Ciao amore… - sussurro
baciandole la testa. I suoi capelli profumano, la sua testa è appoggiata al mio
petto.
-Ciao a te! – sorride mentre mi stringe più forte. Poi alza
il volto e lo avvicina al mio, toccandomi debolmente le labbra. Mi sembra un
sogno. Le dita della sua mano cacciano via le lacrime dal mio volto, e mi sorride
tenera. E non mi è mai sembrata così bella come ora. Dopo tutti questi mesi,
poterle riabbracciare, poterle baciare, stringere a me..mi sembra un sogno.
-Andiamo..vi porto a casa.. – sorrido tenendo stretta
Caroline ancora in braccio e portando il trolley più grande e lasciando a
Isabella i due più piccoli.
-Edward..noi..abbiamo prenotato una camera in albergo.. – mi
fermo di scatto a guardarla, completamente allibito. Che ha detto?!
-Eh? – non sono tonto.
No.
E’ solo che non ci credo.
E’ assurdo.
Dopo tutto questo tempo lontani..lei..pensa di stare in
hotel?!
Sia Isabella che Caroline scoppiano a ridere e io le guardo
stralunato.
-Volevo solo vedere la tua faccia! Non ho prenotato nessun
albergo..spero che ci ospiterai tu! Emmett ha detto che hai un appartamento
vivibile.. – sorride e riprende a camminare verso l’uscita. Scuoto la testa
guardando Caroline che ancora ridacchia, le chiudo il giubbotto, pesante per
fortuna. Le metto anche la mia sciarpa, non si sa mai che prenda freddo.
-Tu e la mamma volete farmi morire vero?! –le chiedo
scuotendo la testa e proseguendo in avanti.
-No.. voevamo tolo fatti uno chezo! – ridacchia mentre mi bacia
la guancia ed io tremo. –Tei bello papà! – le bacio le guance più volte e poi
il nasino.
-Anche tu…ogni giorno diventi sempre più bella.
-Dove hai la macchina? – mi chiede Isabella chiudendosi il
cappotto.
-Lontano… - arrossisco. –Per fare in fretta e non dover
prendere il ticket. Andiamo! – vorrei tenere tra le braccia anche lei, ma non
posso.
-Allora..quando avete deciso di partire? – domando a
Isabella mentre camminiamo nel freddo di Firenze.
-Qualche settimana fa. Abbiamo trovato un volo abbastanza
economico e l’abbiamo prenotato subito! – sorride mentre trasporta i bagagli.
-Siete delle pazze.. – scuoto la testa ma sono felice. Non
riesco a crederci. Forse mi sono addormentato nel mio studio, in mezzo alle
carte, guardando il cellulare. Si forse è quello che è successo. Perché anche
se tengo la mia bambina tra le braccia e sento il profumo di Bella tra le narici,
non ci credo ancora.
-Non sei felice che siamo qui? – si ferma ed anch’io di
conseguenza.
-Si amore..si! Sono l’uomo più felice sulla terra! – mi
avvicino poggiando le mie labbra sulla sua fronte. –Ma avrei voluto contribuire
alle spese e non so…farvi trovare la casa in ordine, la cena pronta, il letto
fatto, qualche regalo.. – okay no, quelli li avevo, però non contava! –Sono
davvero felicissimo…
-Non importa amore..a noi va bene solo essere con te..ci sei
mancato tanto.. – abbassa lo sguardo e le accarezzo la guancia. E’ così tenera,
così bella.
-Andiamo amore..ne parliamo a casa.. – le sorrido e
riprendiamo a camminare. Finalmente intravedo l’auto e quando prendo le chiavi
per aprirla mi accorgo che Caroline si è addormentata. La passo a Isabella,
mentre carico i bagagli.
-Poverina, è sfinita! Ha dormito pochissimo..era esaltata
per aver preso l’aereo ed ancora di più perché ti avrebbe rivisto! – le apro lo
sportello e l’aiuto a salire, salendo al posto di guida.
-Lasciamola dormire un po’..più tardi la svegliamo per cena!
– tornare a casa è più facile del previsto con la sua mano intrecciata sul
cambio. Mi sento sereno e per la prima volta, parcheggiare sotto il palazzo non
è triste perché avrò qualcuno con me a casa. Scendo i bagagli dall’auto e
faccio un cenno al portiere che viene ad aiutarmi. Li carichiamo in ascensore e
poi saliamo. Ultimo piano. Ce ne sono solo cinque, a differenza dei palazzoni
di Seattle.
Sono emozionato. Davvero. Mi sembra di essere soggiogato da
una frenesia e una voglia pazza di mostrarle la mia vita qui a Firenze. Apro la
porta dell’appartamento con le mani che tremano e subito accendo le luci,
spostandomi poi per farla entrare. Avanza nel mio appartamento guardandosi
attorno e mi sento orgoglioso. Si, perché è tutto ciò che sono stato capace di
costruirmi da solo, non sono un fallito come pensava mio padre e ora anche lei
può vederlo con i suoi occhi.
-Vieni, portiamo la piccola nel letto.. – le faccio strada
verso la mia camera e accendo i piccoli faretti soffusi che si trovano dietro
la testata del letto. Già! Una piccola chicca che mi sono concesso.
Dispone Caroline al centro del letto, ponendole due cuscini
laterali, è una cosa che fa sempre e la fa stare più tranquilla. Prendo la
trapunta dall’armadio e la copro, fa freddo e non voglio che si ammali. Quando
ho finito prendo la mano di Isabella e la conduco verso il divano.
-Siediti.. – le sorrido –Sarai stanchissima dopo questo
viaggio infernale! – lei ridacchia e si avvicina maliziosa, sedendosi sulle mie
gambe.
-Sono stanca è vero, ma ne vale la pena! – mi bacia con
dolcezza e passione e amore. Ha ancora il cappotto addosso che le sfilo in un
baleno. Le sue mani vagano tra i miei capelli e capisco davvero quanto ho
bisogno di lei.
-Mi sei mancata da impazzire! – sussurro teneramente quando
ci stacchiamo per prendere aria. Lei sorride.
-Anche tu! Per quello siamo partite! Caroline mi chiedeva
ogni giorno quando saresti tornato e io non vedevo l’ora di baciarti
ancora…così eccoci qui! – la stringo forte come se potesse fuggire via da me da
un momento all’altro. Come se fosse un sogno che tra poco scivolerà via.
-E’ il regalo di Natale migliore in assoluto.. – biascico
ormai sulle sue labbra. –Che dici…prepariamo da mangiare?! – interrompo il
bacio dopo un po’, perchè stava andando troppo oltre, per universi da esplorare
in altri momenti e dovevo staccarmi o rischiavo di affrettare le cose.
-In effetti…ho un po’ di fame! – mi sorride, imbarazzata e
si alza all’in piedi.
Quanto vorrei fare l’amore con te amore mio, essere libero
di lasciarmi andare, non pensare alle conseguenze. Ma lo so, che farlo
equivarrebbe a dover prendere l’aereo con te, con voi, quando tornerete a
Seattle. Perché non esiste un solo
motivo per cui io possa restare qui, dopo aver provato l’emozione di stare
dentro di te.
Non posso dirle queste cose, posso solo godere delle sue
guance accaldate per quello che stava per succedere. Posso solo essere felice
che anche lei pensi le stesse cose..perchè lo leggo nei suoi occhi.
-Forse è meglio se ci mettiamo comodi prima.. – dico
guardando i nostri abiti. –Tu vai pure in camera mia..io userò il bagno.. –
porto le sue cose nella mia camera, controllando anche la piccola, poi prendo
la mia tuta e la lascio sola. Il pensiero di lei nella mia camera, con solo
l’intimo addosso mi fa tremare dall’eccitazione.
Devo darmi una calmata!
Non va affatto bene così!
Mi lavo le mani con l’acqua gelida e già che ci sono anche
il viso, cercando di mandare via quell’immagine nella mia testa..ma è
impossibile.
Quando esco dal bagno sento dei rumori in cucina e sorrido,
lei è già lì, con la tavola apparecchiata e una padella sul fuoco spento.
-Sei bellissima! – è vero. La tuta aderente le valorizza le
forme morbide in cui vorrei perdermi. E in più ci si aggiunge il fatto che è
nella mia cucina, pronta per cucinare insieme a me!
-Smettila! Sono un disastro! Ho bisogno di una doccia e
almeno ventiquattro ore di sonno! – mi avvicino dolcemente.
-Siediti allora, per stasera cucino io! Anzi..se vuoi fare
la doccia il bagno è di fianco alla mia camera e ci sono degli accappatoi
puliti nell’armadietto.. – le sorrido tranquillamente, anche se non lo sono e
l’unico pensiero che ho è che vorrei solo sbatterla al muro ed entrare in lei
con forza, fino a sentire il mio nome urlato dalle sue labbra.
-Posso davvero? Non vuoi una mano con la cena? –è
combattuta, la conosco bene.
-No piccola..vai a rilassarti un po’! Controllo io
Caroline.. – capisco benissimo il suo stato psico-fisico. Mi bacia dolcemente la
guancia e si disperde per casa.
Potrei vivere così ogni giorno restante della mia vita, mi
sento finalmente al posto giusto.
Tiro fuori la carne dal frigo e ringrazio mentalmente Luisa,
la donna che tre volte a settimana viene ad aiutarmi a rendere la casa pulita e
presentabile e che fa la spesa per me quando io non posso.
Se ben ricordo Caroline adora le bistecche con il formaggio
fuso sopra che le fa sempre Esme. Prendo anche le sottilette e le carote.
Isabella cerca di farle mangiare ogni cosa, ma difficilmente ci riesce con le
verdure, per fortuna però le piacciono le carote e stasera le faccio gratinate
al forno con un po’ di parmigiano.
Sto controllando la cottura della carne quando sento due
braccine attorno alle mie gambe. Mi piego sulle ginocchia.
-Ehi principessa! Già sveglia? – gli occhi pieni di lacrime.
-Eo tola! – la prendo tra le braccia e le bacio la fronte.
-La mamma sta facendo la doccia e io cucino qualcosa da
mettere nel pancino! – le sorrido dolcemente –Non sei sola piccola!
-Mi maccavate!.. – mi stringe forte il collo e appoggia la
testa sulla spalla. –Potto tae qui?
-Certo principessa! – giro le fettina e quando sento la
porta del bagno aprirsi metto le sottilette sopra per farle sciogliere.
-Ehi, sei qui! – la voce dolce di Isabella mi giunge da
vicino, troppo vicino, perché così sento il profumo del mio bagnoschiuma
addosso a lei e mi trovo di nuovo duro.
-Ho fame! – sorrido e passo la piccola a sua madre mentre
servo nei piatti.
-Ora mangiamo!
Mi sembra così strano cenare in tre nella mia cucina, avere
due donne, le donne più importanti della mia vita qui con me. Isabella e
Caroline non smettono un attimo di chiacchierare e raccontare ogni cosa bella,
brutta, divertente o meno accaduta in questi quattro mesi. Non ho mai avuto tutto
questo chiasso in casa mia..eppure..Dio lo adoro!
Passiamo così tutta la sera e per la prima volta non vedo
l’ora di stendermi a letto…perché avrò loro vicino.
-Potto domie co te papà? – Isabella e Caroline avevano dato
segni di stanchezza..ovviamente! Sono partite da Seattle ieri mattina alle
dieci, per arrivare a Firenze stasera alle sei, con due scali di mezzo. Così
avevo proposto loro di andare tutti a dormire. Erano le dieci di sera, orario
in cui io solitamente cenavo dopo aver lavorato anche a casa! Ma non avevo
nessuna intenzione di lasciarle da sole neppure un momento.
-Non c’è neppure da chiederlo principessa! Tu e la mamma
dormirete nel lettone con me! – la prendo in braccio e spengo le luci del
salotto, mentre Isabella ci segue. Infilo il pigiama a Caroline che subito dopo
si stende sotto le coperte e io prendo il pigiama per cambiarmi in bagno,
lasciando la mia camera a Isabella. Mi lavo i denti e poi le raggiungo.
-Arrivo subito..vado a lavarmi i denti!
-Mamy ache io! – la piccola peste si alza e correndo la
raggiunge. Isabella la guarda sbigottita.
-Amore della mamma, che gioia! Solitamente devo insistere
fino allo sfinimento! – ridacchia e mentre proseguono verso il bagno sento
qualcosa che mi lascia perplesso.
-Shhh! No die quette coe mamy..poi papà no mi vuoe più bene!
Era un amore. Dovevo pensare a una strategia per farle
capire che niente, ora come ora, poteva farmi decidere di non amarla.
Quando tornano si stendono con me. Caroline mi abbraccia e
Isabella sta a distanza per non schiacciarla, ma sono egoista.
-Amore avvicinati.. – mi è mancata e la voglio vicino a me.
Per fortuna mi ascolta senza fare storie e appoggia un braccio sul corpicino di
Caroline, proprio dove si trova il mio. –Sono davvero felice di avervi qui.. –
dico a voce bassa. La piccola mi stringe più forte, mentre i miei occhi sono
incatenati a quelli di Isabella, le sorrido dolce. –Sai principessa.. – inizio,
sperando che non si addormenti lungo il mio discorso. –Non vedevo l’ora di
abbracciarti stretta, stretta, mi sei mancata così tanto… - in risposta ricevo
una risatina e un bacio sul petto. –E io ti vorrò sempre bene..sempre sempre.
Non devi mai pensare il contrario. Va bene?! – abbasso gli occhi per guardarla,
so che lei non mi guarda, ma ha il volto seppellito sul mio petto, così le alzo
gentilmente il visetto. –Hai capito tesoro mio? Non c’è motivo per cui io non
debba volerti bene..Sei la mia principessa…e per me sei bellissima e speciale.
Non ti lascerò mai andare via da me…
-Davveo papà? – gli occhi lucidi. Forse questa piccola era
troppo intelligente per la sua età.
-Davvero! Sei il mio tesoro più grande..e qualsiasi cosa
farai io ti vorrò sempre bene…sempre! Ricordalo principessa… - speravo di aver
centrato il punto, e il suo sorriso luminosissimo me lo confermò dopo poco.
-Ti voio bene acche io papà..tatto tatto! – ma la strinsi
più forte, come se potesse fondersi con il mio corpo e non lasciarla andare
mai. Come se avessi bisogno di quell’abbraccio, quel contatto, per vivere. Le
baciai la testolina e lei sbadigliò.
-Dormi principessa..ti voglio bene! – le sue ditina mi
accarezzavano dolcemente il petto ed io sorrisi. Non sapevo descrivere cosa
provavo. Mi sentivo frastornato, ma felice. Avevo un’adrenalina in corpo che
neppure il giorno del diploma, il giorno della laurea, il giorno
dell’inaugurazione dello studio..tutto assieme..neppure questo poteva eguagliare.
Erano qui con me. Ed ancora facevo fatica a crederci. Chiusi gli occhi
sospirando. Era questo che volevo dalla vita. Essere amato, abbracciare la mia
donna mentre dormo, poterla baciare quando voglio, tenere in braccio mia figlia
e dire loro quanto le amo.
–Buonanotte amori miei..
– sussurro dopo un po’..ma loro sono già nel mondo dei sogni.
------
Quando mi sveglio noto che sono già le nove.
Cazzo!
Sono in ritardissimo.
Alle nove e trenta l’avvocato e il notaio verranno allo
studio per parlare della chiusura dell’attività e io sono ancora a casa. Mi
alzo cercando di non svegliarle, hanno bisogno entrambe di riposare, e anche se
non ho tempo mi fermo ad osservarle. Dio come sono belle.
Vado fuori dalla stanza con i vestiti e mentre mi vesto
chiamo la mia segretaria.
-Oh signor Masen per fortuna! La cercavo da venti minuti! E’
in ritardo e tra poco l’avvocato e il dottor Chiari sarà qui!
-Si lo so! Ho bisogno che li fai accomodare in sala riunioni
e che mi procuri un caffè forte, parto ora, cerco di essere lì il prima
possibile! – abbottonare la camicia è una faticaccia.
-D’accordo, ma è successo qualcosa signore? – infilo le
scarpe. Quante volte le ho detto di chiamarmi Edward?! Non ci spero neppure
più..però apprezzo la sua professionalità.
-No! No! Ti spiegherò più tardi… - stacco e volo fuori da
casa, non indossando neppure il cappotto. Dio non ho scritto nulla a Isabella.
Appena salgo in macchina compongo il numero di Luisa
ringraziando Dio che mi assiste nel traffico.
-Signor Masen! Buongiorno! Non è oggi il giorno in cui
cambiamo la biancheria nel bagno, ha sbagliato! – ridacchia. È una donna di
cinquant’anni molto simpatica, e mi prende sempre in giro perché dimentico
sempre tutto.
-Lo so Luisa! Buongiorno anche a te! –sbuffo e lei
ridacchia- Ho bisogno di un favore grandissimo…Ieri sono arrivate Isabella e la
piccola Caroline.. – le ho parlato molto di loro, che quasi le conosce in
quattro mesi.
-Oh signor Masen è una notizia favolosa! Sono così felice
per lei!
-Si, sono felicissimo anch’io! Solo che sono in ritardo e
sono scappato da casa senza neppure avvisarle..potresti passare
all’appartamento fra qualche ora e vedere se hanno bisogno di qualcosa? –
ringrazio anche che Luisa conosca un po’ l’Inglese e che Isabella sappia un po’
di Italiano, se no sarebbe stato impossibile lasciarle sole!
-Non si preoccupi!
-E…potresti aiutare Isabella con il pranzo? Oggi non posso
tornare a casa.. – per quanto me ne dispiaccio, purtroppo ho un impegno di
lavoro, non rimandabile.
-Signore..permette un’osservazione?
-Certamente.. – dico mentre parcheggio, ho infranto tutti i
limiti di velocità.
-Dovrebbe prendersi una pausa e stare con Isabella e
Caroline..sono qui per lei.. – sorrido. Quanto vorrei farlo davvero.
-Lo so Luisa! Ma sto lavorando duramente per poter
trasferire tutto a Seattle entro la fine di Gennaio! Non vedo l’ora di tornare
a casa con loro…definitivamente!
-Allora si sbrighi! – ridacchia e chiude il telefono. Ho
sempre voluto un gran bene a quella donna.
-------
Stare in ufficio è stato stancante e frustrante. Non ho
risolto nulla di concreto. L’avvocato ha solo detto che siamo avanti con i
lavori e che ha già presto contatti con l’avvocato che gli ho indicato, con il
quale svolgerò tutti i miei rapporti a Seattle. Mi ha detto che prossimamente
saprà darmi una certezza di quando partire e questa situazione di precarietà mi
fa venire il mal di testa. Mi recai nei vari cantieri che seguivo e cercai di
concentrarmi verso la fine della giornata, almeno, per concludere l’ultimo
progetto che mi era stato richiesto. Il tutto sempre con il pensiero fisso di chi
c’era a casa.
Volevo scappare dall’ufficio e rinunciare alle mie
responsabilità, chiudermi in casa con loro e non lasciarle andare via mai più!
Ero disperato. Mi erano mancate infinitamente.
Ma per fortuna, il buon senso mi disse di chiudere l’ufficio
alle cinque, come non facevo da secoli ormai, e volare a casa il più in fretta
possibile. Il resto del lavoro potevo svolgerlo gli altri giorni, oggi mi ero
separato troppo da loro.
Quando varcai la porta di casa era tutto buio e non si
sentivano rumori in giro. Che stessero ancora dormendo?
No dai, era impossibile.
-Isabella? – chiamai a voce bassa, se stavano dormendo non
era il caso che le disturbassi. Poi notai che la cucina era stata usata e che
sul divano c’erano dei giochi di Caroline e una rivista. Si erano svegliate. Ma
allora dov’erano?!
La risposta mi aspettava in camera da letto. Al buio anche
questa, solo con i faretti dietro la testata del letto e Isabella stava lì,
rannicchiata con un debole lenzuolo addosso e i capelli sparsi sul cuscino.
Sembrava che dormisse. Mi avvicinai cercando di fare piano e sentii il suo
respiro regolare. Notai anche che non era vestita, una gamba nuda svettava da
sotto il lenzuolo e le sue braccia non erano coperte.
Dio…mi vuole morto!
La scossi lentamente, anche se potevano sembrare più delle
carezze.
-Ehi..piccola…- aprì gli occhi sbattendoli e quando mi vide
li strizzò di nuovo.
-Ti prego, dimmi che non mi sono addormentata! – sghignazzai
e mi abbassai a baciarle la fronte.
-Non te lo dirò…dov’è Caroline? – sbuffò e si tirò
lentamente su, portandosi il lenzuolo. Era decisamente nuda e tutta arrossata
per l’imbarazzo.
-Con Luisa! – disse tremando.
-Perché? – slacciai la cravatta e la buttai sulla sedia di lato
al letto finchè lei rispondeva.
-Volevo farti una sorpresa, v-volevo a-aspettarti e fare
l’amore co-con te..e Luisa mi ha detto che oggi a-avrebbe avuto i suoi n-nipotini
e Caroline era elettrizzata e…ho pensato che fosse tutto perfetto. S-saremo
stati soli, completamente soli…ed io non resisto più Edward..ho troppa voglia
di fare l’amore con te..ma sono stata una scema incapace..e mi sono
addormentata. – parlava a raffica anche se ogni tanto balbettava per
l’agitazione.
La guardai sorpreso e orgoglioso.
Dio quanto l’amavo!!
Mi avvicinai a lei, gattonando sul letto e poi mi
inginocchiai di fianco prendendole il volto con le mani ed unendo le nostre
bocche.
-Non sei una scema e neppure un’incapace. Sei
perfetta…perfetta…ed io…ti voglio..ora..!
Le nostre lingue duellavano e le nostre mani si rincorrevano
senza mai prendersi, troppo impegnate ad accarezzare il corpo dell’altro. E i
miei vestiti furono cacciati in fretta, liberandomi dalla costrizione. E con
quella poca illuminazione riuscivo a vederla benissimo, riuscivo a vedere i
suoi seni che si alzavano e si abbassavano ad ogni spinta, la sua espressione
di pace e piacere, i suoi occhi eccitati e pieni d’amore. E per la prima volta
non mi curai del domani, non mi curai dei ma e dei se. Non mi curai di mettere
qualche protezione tra me e lei, perché volevo sentirla completamente, perché
volevo che nulla dividesse i nostri corpi e perché vidi che al collo portava la
mia promessa, e non c’era dubbio. Volevo una famiglia con lei, al più presto..e
non c’era motivo di precludere qualche possibilità, già da ora.
-Tu lo sai che non prendo la pillola..vero? – sussurrò
mentre le accarezzavo la schiena, una volta che stanchi ed appagati ci
stendemmo sotto le coperte.
-Ci speravo in effetti.. – sussurrai, baciandole la testa.
-Edward… - mormorò.
-Lo so..So che è presto e che è tutto precario..ma Bella..Ti
amo e questi mesi lontani non hanno fatto altro che aumentare il desiderio di
stare con te, sempre. E…non vedo l’ora di tornare a Seattle..e voglio una
famiglia con te, voglio altri figli..voglio essere un padre eccellente e..-
ormai non sapevo neppure cosa stavo dicendo. Lei ridacchiò anche se aveva gli
occhi lucidi mentre mi guardava.
-Ehi..riprendi fiato! – sorrisi appena e la sentii
sciogliersi tra le mie braccia. Era così limpida per me. –Voglio le tue stesse
cose Edward..per quello ho smesso di prendere la pillola quando siamo tornati
dal campeggio… - la guardai con gli occhi sbarrati e lei sorrise maliziosa.
-Davvero?
-Ti amo Edward.. – mi baciò dolcemente e non c’era bisogno
di altre parole. Era tutto in uno sguardo, in un ti amo detto con amore, con un
sorriso e gli occhi limpidi e felici. La portai sopra di me e ricominciai ad
amarla.
--------
Stavamo sul divano a coccolarci, mentre Caroline giocava con
le sue barbie sul mio tappeto. Eravamo andati dalla signora Luisa a recuperarla
qualche ora dopo il nostro ulteriore momento di passione, con un gran sorriso
sulle labbra e con la voglia di trasmettere la nostra felicità anche alla
piccola. Avevamo avuto modo di stare solo noi due, avevo avuto modo di ripetere
a Isabella quanto l’amassi e quanto fosse importante per me. Quanto fossi
felice di questa sorpresa e quanto bello è stato amarla..completamente.
Mancava ancora qualcosa…qualcosa di importantissimo, che
volevo condividere con loro.
-Caroline… Vieni in braccio a papà? – domandai e lei sorrise
arrampicandosi su. Averla seduta sulle mie gambe, con le manine che stringevano
il mio braccio, quasi a essere sicura che fossi lì, era bellissimo. Mi sentivo
realizzato. Mi sentivo completo.
-Cosa ci devi dire? – Isabella ormai mi conosceva troppo
bene, capiva subito se c’era qualcosa che non andava o quando dovevo parlare
con loro di qualcosa di importante. Capiva se mentivo e cercavo di non farlo
mai, perché un rapporto a distanza, come quello che era stato fino ad ora il
nostro..non poteva di certo sopravvivere con le menzogne. E lei aveva imparato
a leggere il mio tono di voce, le mie pause, la mia espressione, i miei occhi..esattamente
come io avevo fatto con lei. Era passato così poco tempo ma eravamo uniti da
qualcosa di più.
-Oggi ho terminato l’ultimo progetto che mi è stato
commissionato…i lavori partiranno fra tre settimane.. – dissi cominciando il
mio discorso. –E dureranno più o meno sette mesi… - Lo sguardo di Isabella si
abbassò sul pavimento, mentre Caroline mi guardava dubbiosa. Uhm..forse avevo
sbagliato approccio. Era meglio se mi spiegavo! Stavo per cominciare a chiarire
quando Isabella mi interruppe.
-Quindi..non tornerai da noi fino ad Agosto? E’ quello che
ci vuoi dire?
-Agoto? Che è? – la piccola guardava la mamma confusa e
Isabella invece di parlare con me prese la piccola tra le braccia portandosela
sulle gambe, privandomi di quel momento che avevo aspettato da mesi. Tenere in
braccio Caroline, anche se non era la mia vera figlia, era come tenere in
braccio un pezzo di me. Era bello, emozionante e mi dava la sensazione di
essere importante.
-Agosto è un mese..adesso siamo a Dicembre…poi c’è Gennaio e
altri mesi tesoro…sei piccolina per capire queste cose.. – poi si rivolse verso
di me.
-E’ tatto lottano agoto? – sbuffai perché Isabella non mi
faceva parlare e rispose lei per me.
-No amore della mamma..passa in fretta tutto questo tempo e
tu ti divertirai all’asilo e giocherai con i bimbi e poi ci sarà lo zio Emmett
che ti farà fare vola vola… - Bella spiegazione, davvero! Come se realmente
Caroline potesse capire cosa fossero i mesi e quanto tempo ci voleva perché
arrivasse Agosto. Che poi…chi dannazione aveva messo in mezzo Agosto?! Mi stavo
alterando. E non dovevo. Non dovevo perché non era il momento. –Poi papà
tornerà da noi…si spera. – disse l’ultimo commento così a bassa voce che pensai
di non averlo udito e la mia rabbia arrivò a farmi stringere le mani in pugni
serrati talmente tanto da farmi male. Poi però guardando le loro facce tristi
mi ripresi e sospirai, loro stavano male come me a sapermi distante, avevano
sofferto come o, forse addirittura, più di me in questi mesi e dovevo solamente
farle stare tranquille e dirgli quello che dovevo senza aspettare così tanto..
-Oh su dai ragazze, smettetela! Voglio un sorriso…Per cui
tiratevi via quegli sguardi tristi dai magnifici visetti che avete, perché
quello che volevo dirvi è che torno a Seattle alla fine di gennaio! – Caroline
mi guardava stupita senza capire, mentre Isabella aveva sgranato gli occhi
lucidi e sembrava sul punto di iniziare a saltellare.
-Dici…dici davvero? Questo…questo gennaio?
-Si…e se mi avessi fatto spiegare forse… - non finii mai la
frase perché le sue labbra mi chiusero la possibilità di farlo.
Ma dannazione ero felice.
Non importava di altro.
I fraintendimenti si chiarivano parlando, ora era il momento
di essere felici e perché no…mettersi anche a saltellare. Era la notizia che mi
era giunta mentre Isabella si cambiava per andare da Luisa e che io avevo
custodito per un paio di ore con gran fatica, prima di raccontarla anche a loro.
Speravo di vederle saltellare per casa in realtà, ma anche questo andava bene.
-Ehm…mamy che vuo die? – la rubai dalle braccia di Isabella
e le feci la linguaccia, lei prese a ridacchiare, e accarezzai il nasino di
Caroline.
-Vuol dire che tra pochissimo tempo tornerò a casa da voi e
non me ne andrò più. Mai, mai più…promesso!
-Quatto poco?
-Pochissimo…pochissimo principessa!
-Ma quatto è pochittimo? – sorrisi e scossi la testa. La mia
piccola curiosa, potevo vedere negli occhi tristi quanto gli ero mancato, e se
da una parte il mio cuore soffriva per averla fatta star male, dall’altra parte
mi sentivo l’uomo più potente del mondo.
-Papà torna a casa con noi amore mio… - guardai la donna al
mio fianco con gli occhi lucidi, mi avrebbe aspettato. Saremmo saliti
sull’aereo insieme, per tornare a Seattle come una famiglia..o quasi. E le
lacrime minacciavano di scendere dall’emozione di quel momento. Non avevo
bisogno di altre parole, mi bastava annegare in quel mare di cioccolata per
capire quello che voleva dirmi. Voleva essere sicura che tornassi con loro,
voleva essere sicura che niente ci avrebbe impedito di iniziare ad essere una
famiglia ancora. Ed io era quello che speravo. Perché sapevo che accompagnarle
all’aeroporto e vederle partire senza di me sarebbe stato un colpo difficile da
superare. Senza di loro mi sentivo vuoto, mi sentivo spento, sentivo freddo.
Loro erano il mio sole, il mio calore…sapevano rallegrarmi. Ed avevo voglia di
stringerle talmente forte da inglobarle a me, per non rischiare di farle
scappare.
-Davveo?
-Si principessa! Sei contenta?! – lei annuì, anche se non mi
sembrava convinta ed ero pronto a indagare su cosa avesse, ma iniziò con le
domande.
-E mi accoppagni all’adilo? – annuii –E acche al pacco te
voio? – annuii anche a quella domanda –E domiemo ittieme?
-Piccola… - a quella domanda non potevo ancora rispondere
perché non lo avevo chiesto ancora alla sua mamma. Dormire insieme voleva dire
vivere insieme, e forse era ancora presto…non per me, ma per loro. Io sapevo
cosa volevo. Ero sicuro di volerle con me sempre. –Vorrei tantissimo,
davvero..ma è troppo presto ed io e la tua mamma….. oh non importa. – mi
lasciai scappare troppo e borbottai per tirarmi fuori dall’inghippo di parole.
–Non possiamo dormire insieme piccola, ma staremo insieme tanto, tanto,
tantissimo tempo…promesso! – lo sguardo di Caroline si spense un po’ e cercai
di sorriderle per farla stare meglio, ma sembrava che il mio modo di
rassicurarla non fosse sufficiente. –Principessa…non guardarmi così, ti prego…
mi uccidi – sussurrai cercando di non farmi sentire da lei, ma Isabella invece
capì benissimo e sussultò sul posto. –Tesoro prometto che staremo insieme tutto
il tempo e che ti metterò a letto e ti canterò qualcosa ogni sera prima che ti
addormenti… prometto… - gli occhi mi si riempirono di lacrime. Mi guardava con
quel visetto triste che mi faceva sentire piccolo, piccolo.
-Non chedo alle pomette… - mise il broncio ed io abbandonai
la testa sulla testiera del divano sbuffando, una lacrima si affacciò e scese
lenta. Non potevo fare così.
-Principessa..ti prego…credimi… - le accarezzai la guancia,
non sapevo che fare. –Ho tanta, tanta voglia di stringerti forte tutto il tempo
e prometto che non me ne andrò mai via da te..ma non possiamo vivere insieme
ancora..io e la mamma siamo adulti e gli adulti devono comportarsi secondo
certe regole e… - non sapevo che dire e il suo sguardo era lacrimevole. Dio
quanto lo odiavo! Mi sentivo così inutile, così disperato.
-Oh al diavolo! – sbottò Isabella –Smettila di dire queste
cose! – fece ondeggiare la collana, quella con il solitario che le avevo
lasciato prima di tornare in Italia come fosse una promessa, di fronte ai miei
occhi. Fissai i miei occhi nei suoi ed erano lì che mi dicevano: “Che avevi
detto mesi fa? Questa non era una promessa? Non volevi fare le cose fatte bene?
E allora…quando torneremo a casa saremo una famiglia!” ed io le sorrisi.
-Davvero?
-Assolutamente si…anche ora! – scoppiai a ridere gettando la
testa indietro sullo schienale del divano.
Che diavolo di proposta assurda che era stata.
Uno schifo totale.
Eppure aveva già risposto si.
Ma forse aveva già detto si dal momento i cui aveva
indossato l’anello come ciondolo, tenendomi sempre con se.
Avrei provveduto a fare le cose fatte bene comunque, una
volta tornati a casa, Isabella meritava una proposta di matrimonio con i
controfiocchi! Tornai a guardare la piccola, abbracciandola forte.
-Allora si principessa…dormiremo insieme! Abiteremo nella
stessa casa e potrai infilarti nel lettone con me e la mamma tutte le volte che
vuoi. Ti terrò stretta quando cucineremo la cena e guarderemo la mamma mentre
ci prepara un dolce al cioccolato ogni volta diverso. – strinsi la mano di
Isabella nella mia, e mi sentivo volteggiare nell’aria. –E ti porterò all’asilo
e al parco e dovunque tu voglia..e staremo insieme sempre! Te lo prometto
tesoro mio..Credi alla mia promessa…ti prego.. – ero arrivato a pregare una
bambina di pochi anni, ma come mi ero ridotto?!
-Davveo papà? – ogni volta mi sentivo emozionato.
Sarebbe stato sempre così?
Io ci speravo profondamente.
-Davvero, davvero! Non ti dico le bugie principessa…
-E mi vollai tempe bene come hai detto? Acche te piago?
Acche te vi allabbiate co me? – i suoi occhi erano lucidi, come i miei. –Mi
pometti che mi dai tatti bacini e che tai tempe co me?
-Farò molto di più principessa. Molto, molto di più. Quando
piangerai ti coccolerò, ti prenderò in braccio e ti stringerò forte così non
hai più paura, e quando saremo arrabbiati con te vorrò tanti bacini per farti
perdonare, e ti bacerò così tanto che ti stuferai di avermi sempre attorno…e…ti
terrò la mano quando andiamo a passeggio e al parco giocheremo insieme, andremo
al mare e ti insegnerò a nuotare e ti farò fare i tuffi e mi assicurerò che non
prendi troppo sole e..e..e ti ripeterò ogni giorno che ti voglio bene, perché
tu e la mamma siete la mia famiglia e vi amo..vi amo così tanto che voi non
potete capire…non so se esiste un amore più grande di quello che sento io
ora…vi amo - sorrisi e mi lasciai stringere forte il collo mentre esultava e mi
rompeva un timpano. Afferrai la collana dalle mani di Isabella e sorridendo le
dissi –Questa mi servirà presto… - lei sghignazzò e poi si buttò su di noi
abbracciandoci. Ero inondato dalle lacrime e stretto dalle loro braccia stavo
così bene che non avevo bisogno di altro. Ero felice. Ero a casa perché ero con
loro.
Il miglior Natale della mia vita!

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